Io trasformo tutto quello che vedo in prosa, ogni pensiero astratto lo rielaboro come se stessi leggendo un libro che parla di me. Non salvo tutto, ma qualche pensiero rimane, qualche immagine suggestiva di cosa mi è successo durante il giorno.
Allora perché non riesco ad abbattere il muro dell'indolenza? Perché riesco solo a sentirmi una fallita alimentando di giorno in giorno il mio disfattismo e il mio non sentirmi all'altezza? Perché devo finire col prendermela con me deprimendomi ulteriormente e non riuscendo a produrre niente di buono, se non rabbia e autocommiserazione? Perché non riesco ad uscire da questo circolo vizioso che più mi annienta più mi rende vulnerabile, anziché fortificarmi?
C'è una sola cosa che, fin dalle elementari è sempre stata il mio orgoglio, l'unico sogno che non ho accantonato e che è cresciuto con me... Possibile che davvero io non abbia il talento per portarlo avanti ancora? Possibile che la cosa che desidero con tutta me stessa, la passione alla quale sento tendere ogni fibra del mio essere, sia un errore?
Mi sento soffocare, mi vengono le lacrime agli occhi se anche solo per un attimo penso di abbandonare la mia strada, mi si stringe il cuore se immagino di non essere la persona che doveva compiere quell'impresa, la persona che un viaggio non era un viaggio senza una penna nera e un squadernino, non essere la scrittrice che alle elementari desideravo diventare o di non poter orgogliosamente far leggere il mio romanzo (o quello che doveva esserlo) alle mie maestre, alle persone che facevano leggere i miei temi di scuola nelle altre classi come esempio.
Quello era il mio ruolo, la cosa in cui riuscivo meglio e che mi piaceva di più fare, “il sogno che cammina” per rubare le parole ad un’amica; continuo a chiedermi cosa sia cambiato, continuo a chiedermi perché, fino a qualche mese fa, sognare era facilissimo, pensare in grande, pensare immenso, tradurre ogni cosa che mi accadeva intorno in storie mentre ora, anche il solo pensiero di dover fissare il foglio quadrettato del mio Monocromo rosso a copertina rigida senza saper cosa scrivere, mi riempie di angoscia, mi agita e soltanto fino a pochi mesi fa pensavo che soltanto quello potesse essere il mio destino.
Scrivere è sempre stata una cosa naturale, scrivere in tutte le sue forme e accezioni, dalla lettera alla cartolina, dal diario alla favola, dal racconto al romanzo, scrivere è sempre stato il primo modo di comunicare da me concepito, perché se faccia a faccia sono un disastro con le parole, la carta e l'inchiostro sono sempre stati i miei alleati più fedeli e mi sento un po’ come un amante che tradisce il compagno. Dove è finito tutto il mio amore? Quando ho smesso di credere di essere brava in quello che facevo? Quand'è che ho cominciato a sentirmi ripetitiva, noiosa, inadatta?
Forse quello di cui ho un disperato bisogno sono solo stimoli, forse voglio solo buttare fuori tutto, sfogarmi fino all'ultima goccia e inventarmi da capo, forse invece voglio solo sicurezza, buttare fuori per ricominciare o forse non ricomincerò affatto e marcirò nel mio pessimismo e nella mia pigrizia, ma sarebbe soltanto la conferma che sono troppo vigliacca e forse non mi arrenderò all’evidenza. Resta che di questo viaggio, che doveva insegnarmi a voler di nuovo bene alle mie parole rimane solo una mezzora... E non credo che gliela darò vinta.
[edit] poi la mia penna ha finito l’inchiostro mentre stavo scrivendo, il treno e’ arrivato a Bologna e io sono dovuta scendere, ma sul binario ho trovato una biro abbandonata, che funzionava… ma questa è un’altra storia credo [/edit]