22 May 2008 @ 12:43 pm
[fic] [Trinity Blood] Gardenia  
Rating: PG
Genere: Giallo
Avvertimenti: What If..?
Personaggi: Esther Blanchette, Ion Fortuna
Pairing: Ion/Esther
Riassunto: ci sarebbe sempre stato un momento che Esther non avrebbe potuto sostituire con nessun altro, il ricordo di un pomeriggio di primavera trascorso all’ombra delle rigogliose siepi nei giardini di Palazzo Spada, quando il Conte di Memphi passeggiava al suo fianco.


Crescendo, Esther aveva imparato a sciogliere il legame che i ricordi della sua infanzia e i luoghi in cui aveva vissuto quando era bambina; aveva modificato, nella sua mente, le immagini che un tempo la avevano dato sicurezza per lasciare spazio a momenti nuovi con i quali farsi coccolare anche quando la sua vita veniva inavvertitamente stravolta dal susseguirsi travolgente di eventi più grandi di lei.
Così gli opalescenti e umidi pomeriggi romani avevano sostituito le albe secche e ghiacciate di Istvan, la pioggia battente sui vetri colorati del Vaticano aveva chiassosamente preso il posto delle silenziose tempeste di neve ungheresi e i cesti di ciclamini e mughetti che raccoglieva sulle colline di Sopron si erano riempiti di bottondoro e fiori di camomilla.
Eppure, nonostante la sua burrascosa giovinezza fosse destinata a mutamenti inaspettati e repentini che più di una volta la avrebbero costretta a riordinare i suoi ricordi, ci sarebbe sempre stato un momento che Esther non avrebbe potuto sostituire con nessun altro, il ricordo di un pomeriggio di primavera come tanti, trascorso all’ombra delle rigogliose siepi scolpite dei giardini di Palazzo Spada, quando il Conte di Memphi passeggiava al suo fianco. Discuteva con lei di politiche territoriali in maniera formale, con il cappello educatamente stretto sottobraccio e Esther aveva avuto la sensazione di parlare con un qualsiasi ambasciatore dell’Impero, piuttosto che con il suo compagno, fino a quando Ion non era riuscito a scorgere quel lampo di delusione negli occhi di lei e aveva deciso di cessare i nobili panni di messaggero per tornare ad essere il ragazzo di cui Esther sentiva la mancanza. Aveva arditamente staccato uno dei lattiginosi fiori di gardenia dalle generose aiole di sua eminenza Caterina Sforza, per poi infilarlo, con crescente imbarazzo, tra i capelli della compagna restando incantato ad osservare il violento contrasto tra il bianco latte dei petali e il rosso vivo dei capelli di Esther.
A lungo Ion era rimasto immobile a contemplare il meraviglioso conflitto cromatico che si svelava dietro l’orecchio della ragazza, proprio lì, dove le sue mani avevano intrecciato i capelli di lei con il fiore candido della gardenia, proprio lì, dove le sue dita avevano accarezzato appena la pelle per poi ritrarsi incerte; la aveva guardata per molto tempo, mentre tentava di allungare lo sguardo il più possibile per sbirciare la corolla con la coda dell’occhio, increspando le sue piccole labbra nello sforzo, fino a quando non aveva deciso di sistemare il fiore in modo più sicuro per accertarsi che non sarebbe caduto e l’aveva amata silenziosamente in ogni impercettibile modificarsi delle sue espressioni, senza ammettere di essere arrossito quando lei gli aveva sorriso un “grazie” sulla bocca, lasciandovi una traccia invisibile di lucidalabbra color ciliegia. Anche in quel momento Ion aveva rispettosamente chinato il capo, borbottando qualche frase educata e totalmente fuori luogo, poi aveva alzato di nuovo lo sguardo sulla sua Esther e, vedendola ridere di lui e della sua bizzarra cavalleria con tanto candore, aveva davvero pensato che non l’avrebbe lasciata mai, ma aveva preferito aspettare la sera per dirglielo, quando il fiore che le aveva regalato fosse appassito sul cuscino della camera color confetto che Esther aveva inconfessabilmente sognato durante tutta la sua infanzia; aveva aspettato che lei si dimenticasse di sciogliere il ramo fiorito dai suoi capelli, che i petali si spargessero sul guanciale, che il profumo dolcemente intenso della gardenia invadesse le pareti rosa della stanza e le sue narici sensibili.
Esther aveva tirato le tende entrando nella stanza, giustificandosi con la motivazione che così il sole non lo avrebbe infastidito; desiderava che Ion si fermasse con lei, quella notte, tra le pareti color zucchero filato di quella stanza da bambole, tra le lenzuola che profumavano di gardenia e il suo corpo morbido, la sua pelle soffice come quella di un neonato.
« Partirò domani. » Lei non disse nulla, ma si portò un dito alla bocca chiedendogli di non ripeterlo, Ion disubbidì. « Partirò domani Esther, ma non ti lascerò mai. » E quando lo ebbe detto gli mancò il fiato, ma aveva ancora la forza di prenderle le mani e raccogliere un petalo bianco dal cuscino appoggiandolo in bilico sul suo naso mentre il respiro si faceva regolare e scivolava nel sonno. Ion avrebbe sentito l’odore della sua pelle sulla punta dei polpastrelli per ancora molto tempo e, anche se probabilmente si trattava solo di un’illusione, era un pensiero che gli piaceva e che avrebbe attenuato la malinconia così come Esther, nella sua camera con le tende ancora chiuse, avrebbe assaporato ancora per molto tempo il nostalgico profumo delle gardenie.


 
 
( 2 comments — Post a new comment )
kanchou: Alvis[info]kanchou on May 23rd, 2008 12:30 pm (UTC)
Mamma mia, è stupenda! Scritta benissimo, poetica, cambiaci i nomi e potrebbe funzionare benissimo anche come una piccola dolcissima originale. Il lucidalabbra, le piccole labbra increspate...che brivido! *____*
levyrasputin: yukimuraaaa[info]levyrasputin on July 17th, 2008 05:00 pm (UTC)
oh in questa ci vuole il tag 'crociate solitarie' baby... ;P